Linee guida perchè

di Claudio Lombardi

Di partecipazione si parla molto. È una presenza costante nei discorsi politici e nei discorsi che si rivolgono alla politica. Dire che la partecipazione dei cittadini è un elemento fondamentale di un sistema democratico è persino banale tanto è evidente la sua ovvietà.

Però appena si scende dalle affermazioni di principio (e dalla retorica) all’attuazione e alla pratica nascono molti problemi. Perché la partecipazione è tanto semplice dirla quanto è difficile metterla in atto. Eppure le norme non mancano a cominciare da quella costituzionale contenuta nell’art 3 che attribuisce alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Certo oggi parleremmo di cittadini e non di lavoratori, ma il concetto è quello. Oltre alla Costituzione ci sono poi una quantità di normative settoriali che invocano o prevedono la partecipazione nelle sue varie declinazioni. Alcune sono addirittura rimaste lettera morta e restano come testimonianze o esempi del tempo passato.

Eppure siamo ben lontani dall’avere un sistema pubblico (decisioni, attuazione, verifica) improntato alla partecipazione e, anzi, la lontananza dei cittadini dalle istituzioni e dalla politica (che, bisogna ricordarlo, è una funzione sociale e non una professione o una tecnica) è uno dei problemi principali con i quali dobbiamo fare i conti. Chi sta in prima linea cioè gli amministratori locali rischia di essere il parafulmine per colpe non sue, ma ha anche la possibilità di dimostrare che non tutta la politica è deviata. Lo può fare proprio perché è a contatto con il cittadino e può dimostrare con le azioni e con l’esempio il valore del suo impegno.

Per affrontare la questione dobbiamo però guardarci da due impostazioni parziali: una è quella che conferisce alle norme un effetto quasi magico come se bastasse disporre di un insieme di regole per avere già risolto qualunque problema; l’altra è quella che punta tutto sulla spontaneità sociale e diffida, perciò, di ogni regolamentazione. L’ equilibrio migliore c’è quando le regole incontrano la spinta dei cittadini ad interessarsi della cosa pubblica, la accolgono e la favoriscono (magari la suscitano) e quando questa spinta riesce a diventare prassi consolidata che esprime una modalità di rapporto condivisa. Tutto ciò lo possiamo chiamare cultura democratica della partecipazione e riguarda tutti: politici, amministratori, dipendenti pubblici, cittadini.

Questa è la sfida che abbiamo di fronte ed è una sfida difficile e insidiosa perchè presuppone che si diffonda una consapevolezza che non è semplice raggiungere: la consapevolezza che i problemi che si manifestano in una dimensione pubblica devono risolversi con strumenti di responsabilità sociale secondo la doppia coppia di concetti che inquadrano la cittadinanza: diritti e doveri; poteri e responsabilità.

Noi pensiamo che questa sfida possa essere affrontata insieme, ma in un processo visibile e chiaro. Da qui nasce l’idea delle linee guida per la partecipazione. Le proponiamo perchè ciò che serve non è un regolamento o, meglio, non è solo uno o più regolamenti, ma una svolta culturale (o una rivoluzione se preferite, ma lenta, lunga e costante). Partire da linee guida significa voler dare forma e senso ad un lavoro che non si esaurisce in poco tempo e che ha l’ambizione di contagiare ambiti istituzionali e sociali diversi e di essere un alimentatore di idee e di principi a cui attingere. In qualche modo significa mettere un punto e girare pagina. E non perché finora si è lavorato male, ma perché ciò che si è scoperto finora, insieme: amministratori, politici, apparati, lavoratori e cittadini deve servire a fare di più e meglio.

Di volontà di partecipazione a Roma ce n’è tanta se pensiamo alle centinaia di comitati e di associazioni che si sono formati sul territorio. Ma ce n’è molta di più se guardiamo alla voglia di essere ascoltati che c’è in centinaia di migliaia di cittadini romani. Sappiamo tutti che c’è per esperienza diretta e non è vero che l’egoismo e la rincorsa individualistica sono sempre prevalenti. Lo diventano se non trovano ostacoli. Basterebbe pensare a questo per comprendere la necessità di un’impostazione del problema partecipazione diversa da quella tradizionale, da quella cioè che si manifesta caso per caso o comitato per comitato.

A Roma di norme sulla partecipazione ce ne sono già (non siamo certo noi i primi ad affrontare la questione) contenute in regolamenti nati in epoche diverse e che si riferiscono ad ambiti diversi. Da quest’anno poi c’è la bella novità di regolamenti che nascono nei municipi e che testimoniano di una sensibilità nuova o rinnovata. Abbiamo preso parte al confronto per il regolamento del primo municipio e abbiamo potuto apprezzare la determinazione di arrivare ad un risultato condiviso con le organizzazioni dei cittadini. Siamo sicuri che altri municipi seguiranno l’esempio del primo. Tuttavia abbiamo una preoccupazione perché l’ultima cosa che deve accadere è che questa disponibilità, questa novità si esprima sotto traccia o in tono minore come se si trattasse di un fatto di ordinaria amministrazione e non di una svolta.

Ci troviamo oggi nella Casa della città un luogo dedicato alla trasparenza e alla partecipazione. È nata da poco e sta muovendo i primi passi. È una cosa che riguarda l’organizzazione amministrativa del comune o è qualcosa che deve parlare a tutti i romani? La risposta è ovvia. Se tornassimo indietro nel tempo probabilmente vedremmo la Casa della città come un obiettivo bello e difficile. Oggi c’è e dobbiamo essere sicuri che la sua presenza non passi inosservata e che sia percepita come parte di un disegno più grande.

Esattamente nello stesso modo dobbiamo guardare alla partecipazione. Con le linee guida vogliamo dire che bisogna rendere più visibile il disegno complessivo di quella che potrebbe diventare una vera stagione costituente per la partecipazione nella capitale. Se si procede in ordine sparso, municipio per municipio oppure sull’onda di singoli problemi da affrontare si perde qualcosa nel valore di una ridefinizione della normativa di cui c’è bisogno, ma che ha senso se si collega ad un messaggio chiaro ai cittadini, ad una scelta politica netta.

Noi proponiamo delle linee guida perché pensiamo che prima delle norme debbano venire i principi e che l’accordo su questi crei le condizioni migliori per scrivere regolamenti che diano ai romani le stesse possibilità a livello cittadino o dei singoli municipi.

Una stagione di ridefinizione dei regolamenti sulla partecipazione, quindi, vissuta come uno degli assi strategici sui quali costruire un rapporto tra istituzioni, politica, associazionismo civico e cittadini perché ciò che conta veramente è che gli esempi di partecipazione divengano consapevolezza diffusa e collaborazione (che non esclude il conflitto, ma lo rende costruttivo).

L’incontro di oggi è il primo passo di un percorso, di una passeggiata, reale e metaforica, che vogliamo intraprendere nella città a partire da settembre per mettere a confronto le nostre linee guida con i soggetti della partecipazione e con i cittadini, andando lì dove vivono e operano. Lo scopo è quello di arrivare ad una versione finale delle linee guida e proporle a chi amministra Roma e i municipi per passare dai principi a regole che diano la possibilità a tutti i cittadini di essere ascoltati. Ma devono sapere che chi ascolta li prende in considerazione e ha bisogno della loro collaborazione e che le porte sono aperte per chi vuole dare una mano per risolvere i problemi.

A conclusione delle linee guida mettiamo in evidenza tre cause di fallimento della partecipazione la più importante delle quali è la sfiducia dei cittadini nella possibilità che la partecipazione serva veramente per risolvere problemi e per raggiungere risultati concreti. Il rischio è che la partecipazione sia percepita come un altro ambito dove ci si allena a far politica o dove possono essere ascoltati solo gli addetti ai lavori e dove un cittadino comune non può entrare.

Avviare una stagione costituente della partecipazione significa per noi fare tesoro di ciò che si è raggiunto non disconoscerlo né svalorizzarlo, ma farne la base su cui costruire qualcosa di nuovo, di più solido, di migliore. Esattamente ciò di cui ha bisogno questa città

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